
Ore 6:05 del mattino: il pulmino di Adventure Tours Australia mi preleva all’Hotel di Alice Springs, al suo interno poche persone dalle facce assonnate, la nostra guida si chiama Miles è un simpatico “Country Boy”, grande e grosso che indossa il tipico cappello Akubra a tesa larga, mi appioppa subito il compito di traduttore inglese-francese per una signora che partecipa al tour e ha grosse difficoltà con l’inglese…. cominciamo alla grande! il mio francese ha decenni di ruggine ma riesco comunque a farmi capire.
Dopo una mezzoretta di giro tra vari hotel e ostelli per prelevare il resto del gruppo e aver sbrigato un po’ di formalità nell’ufficio del tour operator si parte in direzione Sud-Est con destinazione Kata-Tjuta, 365 Km di strade praticamente deserte nel mezzo del bush australiano per un totale di quasi 4 ore e mezza di guida.
Prima fermata in una “Camel farm”, un allevamento di cammelli dove, oltre alla sosta tattica per bisognini e caffè, chi vuole può farsi un giretto a pagamento su un cammello, no grazie! Ho già provato l’ebrezza del cammello in Egitto e non mi ha per nulla entusiasmato, qua dovrei pure pagare! Vado a bermi quello che qua chiamano un caffè al bar della fattoria, bleah! forse era meglio fare il giro sul cammello!
I cammelli non sono una specie nativa dell’Australia, furono introdotti senza successo per la prima volta nel 1840 e poi con successo nel 1860, le loro caratteristiche ne facevano l’animale ideale per le spedizioni ed il trasporto di merci nel deserto australiano ma con l’avvento dei treni e delle automobili il loro ruolo venne meno, il governo chiese quindi agli allevatori di abbatterli in quanto animali non nativi, gli allevatori non se la sentirono e li lasciarono andare liberi nel deserto, risultato: attualmente si stima cha ci sia più di un milione di cammelli selvatici che gira liberamente per il bush australiano provocando gravi danni all’ecosistema. Di tanto in tanto qualcuno per divertirsi organizza sessioni di caccia al cammello dagli elicotteri ed abbattono centinaia di cammelli . Malgrado questo sport, stando a quanto ci racconta Miles, i cammelli rappresentano tuttora un grosso problema per l’ecosistema del bush australiano.
La sosta successiva è a Yulara al campeggio permanente dove passeremo la notte, qua scarichiamo bagagli e vettovaglie e prepariamo un veloce pranzo.

Kata-Tjuta
Nel primo pomeriggio giungiamo finalmente al parco nazionale di Kata-Tjuta i cui proprietari tradizionali sono gli aborigeni Anangu, ai quali il governo australiano ha formalmente riconsegnato il territorio nel 1985. Dal 1987 il parco nazionale di Kata-Tjuta con le sue formazioni rocciose di Uluru e dei Monti Olga è uno dei luoghi Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.

Kata-Tjuta - Valley of the Winds
La nostra prima visita si snoda sul percorso della “Valley of the Winds”, un sentiero di 7 Km e mezzo tra le 36 formazioni rocciose a forma di cupole di Kata-Tjuta (o Monti Olgas). Kata-Tjuta è un luogo sacro per gli aborigeni ed ha per loro una grande importanza spirituale, qui vengono ancora tenute alcune cerimonie aborigene e le leggende e le storie su questo luogo vengono passate di generazione in generazione ed è vietato condividerle, motivo per cui al di fuori della comunità aborigena la conoscenza del significato di questi luoghi è solamente superficiale.
Il sole picchia forte ed il continuo ronzare degli insetti intorno alla faccia è una grossa seccatura ma percorrere questo sentiero che di snoda tra alcune delle cupole di Kata-tjuta e offre alcuni punti panoramici veramente mozzafiato ne vale certamante la pena.
Non tutti i percorsi tra le cupole sono visitabili, molti luoghi sono considerati sacri dagli Anangu e non sono nè visitabili nè fotografabili, chi viene beccato ad uscire fuori dal percorso tracciato incorre in salatissime multe.
Terminata la visita alla Valley of the Winds tutti di nuovo pullman e via di corsa verso Uluru, bisogna arrivare in tempo per il tramonto!
Uluru (noto anche con il nome di Ayers Rock) è un monolite roccioso di arenaria rossa isolato nel mezzo del deserto australiano famoso in tutto il mondo per la varietà di colori che assume nelle diverse fasi della giornata quando la luce del sole la colpisce con diferenti angolazioni. Il suo punto più alto misura 348 metri ed ha una circonferenza di quasi 9 chilometri e mezzo, anch’esso è un luogo sacro nella tradizione degli Anangu, prima che diventasse un attrazione turistica era il teatro delle cerimonie di iniziazione all’età adulta dei maschi aborigeni; in alcune parti della montagna dove gli uomini Anangu praticavano alcuni rituali l’accesso alle donne aborigene è vietato ed addirittura vietato ai turisti fotografere queste zone per evitare che le donne aborigene le possano vedere su qualche libro o cartolina.

Uluru al tramonto
Miles guida a rotta di collo e riusciamo ad arrivare al punto panoramico poco prima del tramonto, qua è strapieno di turisti, moltissimi giapponese che scendono da grossi pullman con in mano calici di champagne per brindare al tramonto, noi che siamo più rozzi brindiamo con del vino bianco australiano in tazze di plastica accompagnato da dei salatini. Il tramonto è veramente spettacolare, a mano a mano che il sole scende la roccia assume tonalità di colore diverse e, sebbene sia pieno di gente, l’atmosfera ha un che di magico e speciale.
Calata la sera ritorniamo al campo dove prepariamo la cena: bistecconi di canguro e di emu, salsiccie di cammello e coleslaw, una volta ripulito tutto e lavate le stoviglie tutti a nanna, domattina la sveglia suonerà alle 5:15 per vedere Uluru al sorgere del sole!

uluru all'alba
Uluru all’alba è spettacolare tanto quanto al tramonto, le variazioni di colore nella roccia a mano a mano che il sole sale sull’orizzonte sono emozionanti, peccato che le foto non rendono giustizia a questo spettacolo (come mi manca la mia Nikon D700….); questa volta siamo tra i primi ad arrivare e c’è molta meno gente rispetto a ieri, probabilmente sono ancora tutti a letto a smaltire i fumi dello champagne della sera prima!
Passata l’alba ci spostiamo alla base del perimetro di Uluru dove parte un sentiero che percorre tutta la circonferenza della roccia, lungo la camminata si possono osservare alcune pitture aborigene nella roccia che, come ci fa notare Miles, non sono artistiche bensì educative, sono cioè disegni pitturati sulla roccia nei luoghi delle cerimonie per insegnare ai futuri uomini le leggende che si tramandano di generazione in generazione.
Dal punto di partenza del sentiero della “base walk” parte anche una strada ferrata con la quale è possibile scalare Uluru ed arrivare in cima, alla base della strada ferrata c’è un cartello in cui gli aborigeni, nel rispetto della forte sacralità che questo luogo ha per loro, chiedono ai visitatori di non scalare Uluru. Ebbene, è tristissimo vedere in quanti se ne fottono allegramente e si scalano questi trecento e rotti metri di dislivello come se affrontassero l’Everest! Ma se non volete che la gente scala la montagna, perchè ci avete messo una strada ferrata? La risposta è perchè ci sono turisti, soprattutto giapponesi, che spendono migliaia di dollari per venire ad Uluru solo per farsi la scalatina e non ci si può permettere di perdere questo importante flusso turistico, business is business! E il rispetto va a farsi fottere! Non ho parole, questa cosa mi ha lasciato veramente l’amaro in bocca. Se volete scalare venite sulle nostre Alpi, lì non offendete nessuno, solo che il dislivello non è di 300 metri e vi dovete fare un culo così!
Il pomeriggio è dedicato allo spostamento verso il Watarraka National Park, altri 300 e passa chilometri in mezzo al deserto che ci portano al secondo campo dove pernotteremo questa sera. Lungo la strada ci fermiamo a raccogliere legna per il fuoco.
La seconda notte di campeggio dopo cena abbiamo acceso un gran fuoco e ho deciso di dormire all’aperto dentro una swag, è stata una delle esperienze più belle della mia vita, ero sotto al più bel cielo stellato che abbia mai visto, la via lattea con così tante stelle era superba, uno spettacolo indimenticabile! Abbiamo passato ore a cercare ed identificare stelle e pianeti (con l’aiutino dell’applicazione SkyVoyager sul mio iPod
)
Anche la mattina del terzo giorno comincia alle 5, per uno come me che ha il cronotipo di un gufo la cosa è alquanto devastante, sono 4 giorni che mi alzo all’alba e chi mi conosce sa bene che non si addice ala mia natura, il fuoco è rimasto acceso tutta notte, facciamo colazione, sbaracchiamo il campo e partiamo per Kings Canyon.

Kings Kanyon - Il giardino dell'Eden
Il Kings Canyon si trova all’interno del Watarraka National Park, anch’esso è un luogo sacro per gli aborigeni ed è vietato ai turisti uscire dai percorsi tracciati nei sentieri. Il percorso del Kings canyon è lungo 6 km e comincia subito con una ripida salita che le guide chiamano “Heart Attack Hill” che porta sulla cima da cui parte un sentiero che costeggia il bordo del canyon. A circa metà strada una deviazione porta al “Giardino dell’Eden”, una bellissima pozza d’acqua circondata da una rigogliosa vegetazione. Le pareti del canyon si alzano per 300 metri sopra una gola da cui si aprono della viste spettacolari sul bush circostante e sulle basse cupole di arenaria che lo circondano. Alcune scene del del famoso film australiano “Priscila la regina del deserto” sono state girate proprio qui nel Kings Canyon.
Dopo pranzo ci si rimette in strada, ci aspettano 470 Km per percorrere la via del ritorno verso Alice Springs dove concluderemo il tour passando tutti insieme una allegra serata all Annie’s Place a base di birra d fish & chips.
La giornata successiva la passo ad Alice Springs, mi alzo tardissimo e mi rigenero con una bella doccia hollywoodiana (lunghissima e caldissima) ed un sostanzioso brunch. Il mio aereo parte alle 17 e ammazzo il tempo girellando per Alice springs con una bicicletta a noleggio.
Questo tour dell’Outback australiano è stata una esperienza bellissima, che consiglio a chiunque visiti l’Australia, l’organizzazione di Adventure Tours Australia mi ha molto soddisfatto, sono stato contento di aver scelto loro in quanto i loro tour sono per piccoli gruppi, non sono per niente sofisticati (… vedasi i giapponesi con lo champagne….) e rendono l’esperienza dell’Outback ancora più profonda.

Il Thorny Devil
Un grosso grazie a Miles, la nostra guida che si è rivelato una preparatissima fonte di notizie sui luoghi che abbiamo visitato e sulla cultura aborigena, un ottimo cuoco, un bravo guidatore ed un naturalista sfegatato, tanto da inchiodare il bus in mezzo alla strada per scendere di corsa a raccattare un Thorny Devil che attraversava la strada prima che qualche altro mezzo di passaggio lo spiaccicasse sull’asfalto.